Il miracolo dell’infinita poesia

Il miracolo dell’infinita poesia

10 Ottobre 2021 0 di Timoteo Lauditi

PREFAZIONE all’INFINITO VIAGGIO
di Timoteo Lauditi

Il miracolo dell’infinita poesia
di
Antonio Di Bartolomeo

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando…”
(G. Leopardi)

Un testo introduttivo che presenti e che giustifichi la pubblicazione di una raccolta poetica dall’altisonante titolo – L’infinito viaggio – non può che essere breve, per non dare l’impressione che in essa manchi qualcosa e, soprattutto, per non cadere nella tentazione di fornire chiavi di lettura a una silloge che reclama la propria autonoma ed esaustiva pienezza.

È così lo stesso concetto di infinito, che rimanda a qualcosa di compiuto, a una totalità che non ammette altro che sé stessa, pur nella consapevolezza di un’ulteriorità.

È un paradosso, certamente. Ineffabile e inebriante. Quando si giunge a tematizzare il “grande vuoto”, in tutte le declinazioni possibili, si scivola sempre e inesorabilmente nell’aporia: da un punto di vista filosofico si oscilla tra una concezione hegeliana, in quanto ciò che-è a fondamento della realtà, e una visione leopardiana che, al contrario, pone il nulla, l’infinito che-non-è, a fondamento della realtà; da un punto di vista artistico- letterario lo si esprime e lo si ritrova nell’inimmaginabile, nella smisurata e sublime potenza di ciò che non può essere rappresentato o narrato (anche se, come ben testimonia tutta la produzione artistico-letteraria della modernità, ciò non può costituire e di fatto non costituisce un freno, un vincolo, un limite per la ragion pura dell’arte e della letteratura). Anche matematicamente parlando, il non-finito indica una grandezza a-peiron, che si espande impetuosamente, come la serie, infinita, dei numeri naturali (anche se da questi, come arguisce Georg Cantor, è possibile sorprendentemente estrapolare la serie altrettanto infinita dei numeri dispari, o pari. A fondamento di ciò un’apertura, un mistero, un percorso senza meta; l’esistenza di una meta ne sconfesserebbe la natura e lo trasfigurerebbe in qualcosa di finito, in una finzione. Invece, non c’è cosa più vera che l’infinito. E non c’è cosa più romantica che incamminarsi lungo un sentiero alberato trascinati solo dal vento, ohne Warum und ohne Ziel.

“Io, esule, non ho casa, sono stato gettato via verso l’infinito” scriveva Friedrich Schlegel in una sua lettera a Novalis, riecheggiando l’itinerarium iniziatico del Wanderer che definisce sé stesso nella ricerca, anzitutto, di sé stesso come principio conoscitivo del mondo e come conditio sine qua non di ogni relazione umana.

Il viaggio poetico è infinito per definizione. Privo di

ancoraggi. Di freni. Di pesantezza. È proprio questa sua straripante indipendenza, questo suo essere ab-solutus, quasi spavaldo rispetto a ogni tentativo di razionalizzazione, poi, a renderlo amabile e irresistibile.

L’aedo conserva gelosamente questa grazia: il porsi come sincero interprete della realtà, quella che altri non scorgono. Lui svela gli enigmi con altrettanti enigmi. Scopre i segreti riponendoli in scrigni segreti. Vede ciò che gli altri non vedono. E quando finalmente anche questi vedono, attraverso i suoi versi luminosi, o, per meglio dire, intra-vedono, vedono e non-vedono, lo si divinizza, perché è riuscito nell’impresa non umana di rendere l’infinito finito, l’informe figura. Una finitezza infinita. Una figura informe. Certo. Ma pur sempre qualcosa di diverso, di più alto e di meno incomprensibile.

La poesia è l’espressione simbolica, evocativa, celebrativa degli “sconfinati spazi” attraverso “spazi sconfinati”.

Se un tale possente slancio mancasse o se lo si (mal) celasse, la parola poetica perderebbe immediatamente la sua forza creatrice. Non sarebbe poesia, ma ripetizione ad nauseam dell’ovvio, per quanto anche l’ovvio, talvolta, nasconda una verità. Invece, e diremmo per fortuna, esistono i temerari poeti che non indietreggiano mai dinanzi a nulla. Che, anzi, dinanzi al Nulla si sentono più forti. Più vivi. Non si smarriscono e, come accade al Viandante sul mare di nebbia, si ergono a partecipi osservatori della Natura, senza subirne l’indistinto e perenne fluire.

La poesia, allora, si progetta e si realizza come in-terminabile e in-cessante esplorazione dello straordinario, e si declama nelle piazze dove si concentrano i sapori e gli odori della socialità pronta a cogliere l’essenza e farne tesoro, ma pure nelle radure, ove lo spirito si ristora, e nelle vallate, ove l’aria fresca del mattino rinvigorisce il corpo. Non è nel chiuso di una stanza che palpitano i cuori poetici; è all’aperto che si possono avvertire le piacevoli sonorità; all’aperto che ci si nutre di belle emozioni.

Il viaggio poetico inizia nel mondo, si arricchisce di senso nell’interiorità e confluisce, nuovo e vibrante, nel cosmo plurale degli “infiniti mondi” di cui parla Giordano Bruno.

Si può cogliere la musicalità del verso

È una corsa sì lenta in gioventù,
persino immobile, come volesse
incantar con la propria eternità.

e restarne ammaliati.

Si può indugiare per giorni, mesi e anni su un haiku

Investimi
Imprigionami
Voglio l’ergastolo.

e ritrovarsi folgorati dalla Luna.

Si può piangere al cospetto di un rimpianto

Che c’entra l’amore per una donna
se non riesci mai a chiedere scusa,
se sei adirato con mezzo mondo
e te la prendi per un saluto mancato
e non sai dov’è di casa il perdono?

e riscoprirsi profondamente umani, fin troppo umani.

Si può restare esterrefatti, increduli

A noi resta il compito di posare,
non cuori amari arroccati ma fiori,
campanule e secolari alberi
in questa nostra terrena dimora
e coprir studiando la Sua Parola
i nostri dubbi e gli eterni perché.

e ritrovarsi a fare i conti con la misura della colpa.

Si possono recuperare nei meandri dell’anima esperienze degne di essere condivise

Mi volto, sbracciando e svincolandomi
per scrutare il percorso percorso
e non mi pare poi così lontano
per ospitar tutti i ricordi che ho sparso.

e assecondare un desiderio ardente di scrittura.

La poesia è questo miracolo. Di dolcezza e dono.

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